LA COLLERA DEI RICCHI

 


 

DI PAUL KRUGMAN
nytimes.com

Fonte: http://www.contreinfo.info
Link: http://contreinfo.info/article.php3?id_article=3062
Traduzione a cura di SUSANNA TROIANO  per www.comedonchisciotte.org

Gli americani più privilegiati si sono surriscaldati di fronte alla volontà di Obama di non riapprovare la riduzione di imposta decisa da George Bush, (da loro) considerata oramai un diritto acquisito inalienabile. Accecati dalla rabbia, alcuni arrivano a paragonare l’imposta all’invasione nazista della Polonia e si può leggere sul Fortune che Obama “il keniano/keniota” sogna una rivincita anticolonialista sugli USA. Tanti eccessi potrebbero far sorridere, scrive Krugman – salvo che, grazie all’influenza che esercitano sul mondo politico, non è impossibile che riescano a bloccare la misura prima di pretendere subito dopo nuovi sacrifici per (tutti) gli altri in nome dell’indispensabile austerità.
Ricordiamo che nel 2005, il reddito dello 0,1% degli americani più ricchi raggiunse il 10% del totale e quello dell’1% rappresentava il 21% (di quello totale)
contreinfo.info

L’America è spazzata da un’ondata di collera. Certamente questo clima arroventato resta un fenomeno minoritario e non riguarda la maggioranza dei cittadini. Ma la minoranza in collera è veramente arrabbiata, e quelli che ne fanno parte ritengono che così gli si toglie ciò a cui hanno diritto. E gridano vendetta.

Non parlo dei “Tea Parties” . Parlo dei ricchi.

Questo è un periodo terribile per molti, in questo paese. La povertà – in particolare l’estrema povertà – ha fatto un balzo durante la recessione; milioni di persone hanno perso la casa. I giovani non riescono a trovare un lavoro; i cinquantenni che sono stati licenziati non lavoreranno più.

Malgrado ciò, queste manifestazioni di collera- questa forma di rabbia che porta a paragonare il presidente Obama a Hitler, o ad accusarlo di tradimento – non la si trova tra gli americani cui toccano queste sofferenze. Ma la si incontra tra quelli più privilegiati, che non hanno l’ansia di perdere il proprio lavoro, le loro case o la loro assicurazione medica, ma che sono scandalizzati ed indignati all’idea di dover pagare tasse leggermente più alte.

Questa rabbia dei ricchi monta da quando Obama è entrato in carica. All’inizio è rimasta confinata a Wall Street.

Quando il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato “il lamento dell1%”, si riferiva ai finanzieri le aziende dei quali erano state rimesse in sesto con il danaro dei contribuenti, furiosi per la proposta che il prezzo da pagare per l’operazione di salvataggio dovesse includere una limitazione temporanea dei bonus. Quando il miliardario Stephen Schwarzman ha paragonato una proposta di Obama all’invasione della Polonia da parte dei nazisti, la misura in questione prevedeva di sopprimere una nicchia fiscale di cui beneficiano in particolare gestori di fondi come lui.

Oggi, che si tratta di decidere della sorte delle riduzioni d’imposta stabilita da Bush – le tasse imposte ai più ricchi torneranno ai livelli dell’era Clinton? – la collera dei ricchi si è amplificata. E da alcuni punti di vista ha cambiato natura.

Da una parte, questa collera ha guadagnato il dibattito pubblico. Una cosa è quando un miliardario si sfoga durante una cena; un’altra quando la rivista Forbes pubblica in un articolo che il presidente degli Stati Uniti tenta deliberatamente di distruggere l’America in nome di un programma “anticolonialista” venuto dal Kenia, e che “ gli Stati Uniti sono guidati secondo i sogni di un membro della tribù Luo degli anni ’50.” Quando si tratta di difendere gli interessi dei ricchi, sembra che le normali regole del civile e razionale dialogo non siano più applicabili.

Allo stesso tempo, tra i privilegiati, l’autocommiserazione è diventata accettabile, anzi addirittura alla moda.

I difensori delle riduzioni d’imposta pretendevano di essere normalmente i più preoccupati dalla volontà di aiutare le famiglie americane medie. Ugualmente gli sgravi fiscali per i ricchi erano giustificati in termini di ricadute economiche, affermando che grazie alle riduzioni delle tasse al vertice, l’economia sarebbe più forte, a beneficio di tutti.

Ma oggi, quelli che reclamano le riduzioni d’imposta non cercano di difendere questa tesi del “ruscellamento verso il basso” della prosperità. I repubblicani sostengono che l’aumento delle tasse per i più ricchi nuocerà alle piccole imprese, ma non dimostrano di crederci veramente. Invece si sente frequentemente negare con forza che quelli che guadagnano 400 o 500.000 dollari all’anno siano ricchi. Ci dicono: guardate le spese delle famiglie in questa fetta di reddito – le imposte fondiarie che debbono pagare sulle loro case di lusso, il prezzo pagato per mandare i loro figli alle scuole private d’elite, e così via. Con tutto ciò arrivano a malapena a far quadrare il bilancio.

Tra quelli che sono indubitabilmente più ricchi si vede emergere uno spirito combattivo in difesa dei propri diritti acquisiti: si tratta del loro danaro, e hanno il diritto di mantenerlo. “Le tasse sono il prezzo per una società civilizzata” Riteneva Oliver Wendell Holmes – ma era molto tempo fa. [1]

Lo spettacolo offerto dagli americani fortunati – i più privilegiati del pianeta – che si lasciano andare con compiacenza alla propria autocommiserazione, potrebbe sembrare buffa, salvo che: essi potrebbero davvero raggiungere i loro scopi. Poco importa la fattura di 700 miliardi di dollari richiesta per prolungare i vantaggi del premio fiscale [2]: praticamente tutti i repubblicani e qualche democratico si precipitano in soccorso di questi ricchi oppressi.

Vedete, i ricchi sono diversi da voi e da me: hanno più influenza. Ciò è in parte dovuto alle loro contribuzioni alle campagne elettorali, ma dipende anche dalla pressione sociale che possono esercitare sui politici. Questi ultimi passano molto tempo con i ricchi. E quando i ricchi sono minacciati di pagare un supplemento di imposta del 3 o 4 per cento sul reddito, i politici ne hanno compassione in maniera assai più acuta rispetto a quando si confrontano con la sofferenza delle famiglie che perdono il lavoro, le case e le loro speranze.

E quando il dibattito sulle imposte sarà concluso, in un modo o in un altro, si può essere certi che quelli che oggi difendono i redditi dell’elite torneranno in carica ed esigeranno riduzioni della spesa sulle pensioni e sui sussidi di disoccupazione. L’America deve operare scelte difficili, diranno; dobbiamo tutti accettare di fare dei sacrifici. Ma quel “noi”, significa “voi”. Questo sacrificio non riguarda che i poveri (i “piccoli”).

Paul Krugman

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