Il mito dell’istruzione

 

di Stefano Di Ludovico – 28/09/2010   Fonte: http://www.opifice.it/ 

Stando alla vulgata modernista, l’attuale società, la società figlia dei lumi e del sapere positivo, è l’unica che ha saputo finalmente garantire un’“istruzione” a tutti, un’istruzione di massa, sradicando secoli e millenni di ignoranza e di analfabetismo generalizzati, quando l’istruzione era appannaggio di pochi fortunati privilegiati; tutto ciò grazie all’istituzione, innanzi tutto, della scuola detta per l’appunto di massa, ovvero della scuola aperta a tutti, pubblica o privata che sia, più o meno e fino a un certo punto addirittura obbligatoria per tutti i membri dell’umano consesso. Da qui la granitica convinzione, l’inossidabile certezza, secondo cui uno dei discrimini cardine tra il mondo moderno e quello del passato starebbe appunto nell’abissale dislivello di istruzione proprio dei suoi membri: un mondo di persone istruite – quindi civili ed educate – il primo, un mondo di poveri ignoranti –  quindi incivili e zotici, poco più che bestie da soma alla mercé dei pochi istruiti profittatori della loro ignoranza – il secondo.

In realtà, a guardar bene, tale convinzione altro non rappresenta che uno dei tanti falsi “miti”, dei tanti pregiudizi su cui si fonda il nostro mondo, il nostro immaginario, miti e pregiudizi facilmente smascherabili se solo si osasse esaminare il problema in oggetto con occhio più attento e soprattutto con mente più libera e scevra da preconcetti di cui siamo spesso vittime inconsapevoli e in cui amiamo trastullarci per pigrizia intellettuale. Ogni società, ogni civiltà, moderna o tradizionale che sia, possiede in generale un suo sistema “educativo”, un suo sistema di “istruzione”, ovvero dei canali di trasmissione dei saperi fondamentali su cui quella società, quella civiltà, si fonda. Non potrebbe essere altrimenti: ogni società ha bisogno di integrare i suoi membri all’interno dei propri valori, dei propri paradigmi culturali di riferimento, pena il rischio della sua stessa dissoluzione. Un contadino dei tempi andati, che secondo i nostri canoni di istruzione è considerato un analfabeta solo perché non ha mai messo piede in una scuola come noi oggi la concepiamo, in realtà era tutt’altro che un ignorante: egli partecipava pienamente della cultura e della visione del mondo della sua società e del suo tempo – veicolate attraverso canali di trasmissione orale dai diversi membri della comunità di cui era parte -, cultura e visione del mondo di cui egli possedeva tutte le nozioni essenziali. Facendo ad esempio riferimento all’Europa cristiana medievale, un qualsiasi suo cittadino, anche appartenente ad una delle sue classi sociali più umili, sapeva benissimo qual era il suo posto nel mondo, il suo compito in questa vita e il destino che l’aspettava dopo la morte: in pratica sapeva tutto l’essenziale per dare un senso alla propria vita (non stiamo dicendo che quello a cui credeva fosse di per sé vero: egli lo riteneva tale, ed è questo quello che conta ai fini del nostro discorso); tutto ciò senza essere mai andato a scuola! Anzi, si può dire che egli, intorno alle questioni fondamentali dell’esistenza, ne sapesse molto di più di qualsiasi cittadino altamente scolarizzato del mondo odierno, visto che il tipo di istruzione che si impartisce oggi nelle nostre scuole esclude di per sé la possibilità di dare risposta a simili questioni! Quel che vale per il più umile abitante dell’Europa premoderna vale ovviamente per qualsiasi membro di qualsivoglia società o civiltà: l’antropologia e l’etnologia ci hanno mostrato come anche i cosiddetti popoli “primitivi” siano in possesso di visioni del mondo altamente complesse e raffinante, visioni di cui, grazie ai canali di trasmissione in uso presso quei popoli, sono resi partecipi tutti i membri della collettività. È chiaro che se facciamo riferimento a quelli che sono i nostri parametri di istruzione, tali individui altro non appaiono che poveri ignoranti (non sanno manco leggere e scrivere…); ma il discorso può essere facilmente capovolto: agli occhi di quei “primitivi” i veri analfabeti siamo noi, che, nonostante tutti gli anni che passiamo tra i banchi di scuola, nulla sappiamo circa i fondamenti ultimi della vita e del mondo di cui loro si ritengono invece a conoscenza!

Come appare evidente da queste prime semplici considerazioni, il concetto di “istruzione”, come quello di “alfabetizzazione”, è un concetto relativo. Chiaramente per il nostro sapere, fondato sulla tradizione illuminista e positivista, il sapere di un contadino medievale come quello di un “selvaggio” altro non sono che un insieme di superstizioni, di false credenze, alla fine un ammasso di assurdità prive di senso; non possedendo il “vero” sapere, quello appunto scientifico e positivo proprio dell’uomo moderno, essi a buon titolo possono essere considerati degli “ignoranti”. Allo stesso modo, essendo il sapere moderno fondato sulla scrittura, se quelli neanche sapevano leggere e scrivere, abbiamo tutte le buone ragioni per tacciarli di “analfabetismo”. Sono queste, esattamente, le convinzioni che hanno guidato, nel corso dell’età moderna, i profeti e i pionieri dell’attuale sistema d’istruzione: il termine “analfabeta” è nato con loro, per identificare appunto chi, non frequentando le scuole dove quel sapere a dir loro si sarebbe dovuto impartire, non era e non sarebbe mai entrato in possesso quanto meno dei suoi rudimenti di base. In pratica – e paradossalmente – è stata proprio la nascita del moderno sistema scolastico a creare la nozione e l’immagine dell’“analfabeta”, visto che questi, rispetto al sistema di sapere tradizionale al quale faceva in verità riferimento, tale non era affatto e tale mai si era sentito. Del resto basti pensare, sempre in relazione al solo problema del saper leggere e scrivere, che ancora Platone, in linea con tutta la visione tradizionale del sapere, considerava la cultura orale come superiore a quella scritta, tanto che, come noto, le parti più complesse ed importanti del suo pensiero preferiva trasmetterle soltanto oralmente, visto che la scrittura era ritenuta inidonea per la comprensione delle verità più alte e decisive per l’uomo: anche Platone, quindi, stando agli apologeti della moderna scolarizzazione di massa, altro non sarebbe che un povero “analfabeta”!

Possiamo affermare, dunque, che l’uomo delle società tradizionali non aveva alcun bisogno di andare a scuola; e non perché, come crede il moderno pregiudizio progressista, nelle epoche passate non si sentisse la necessità dell’istruzione o della cultura – anzi, stando a tale pregiudizio per i potenti di allora il popolo più era ignorante e meglio era, così se ne stava zitto e buono senza farsi passare grilli “rivoluzionari” per la testa – ma per il semplice motivo che altri erano i modi di “acculturazione”. Riguardo poi all’apprendimento del mestiere, questo si imparava semplicemente con la pratica, o per via familiare o presso un “maestro”: anche in questo caso, quindi, non c’era alcun bisogno di andare a scuola. Attraverso rispettivamente la semplice trasmissione orale e la pratica manuale, l’uomo del passato entrava così in possesso di tutto ciò che gli occorreva per dare un senso alla sua vita, sia a livello spirituale che materiale, cosa che oggi anni e anni passati dietro i banchi di scuola non sempre riescono a garantire! Non siamo noi, i soli presunti “istruiti” e “alfabetizzati” della storia, ad esserci complicati la vita?…  Viene quasi da chiedersi: ma tutta questa istruzione, tutta questa scolarizzazione, tutti questi studi che ci tengono impegnati, volenti o nolenti, per quasi un terzo della nostra vita, a cosa servono alla fine?
Come noto, l’attuale sistema di istruzione si è andato affermando parallelamente all’avvento dello Stato nazionale moderno, rappresentando uno dei suoi portati più emblematici. Essendo stata la missione storica di tale Stato quella, innanzi tutto, di sradicare ogni particolarismo giuridico, culturale e linguistico – particolarismo che del mondo tradizionale, mondo gerarchico e differenziato, era stato una delle cifre -, al fine di omologare e riportare tutto a parametri uniformi e appunto “nazionali”, suo compito non poté essere altresì che quello di impartire a tutti i suoi membri la stessa “formazione”, la stessa “istruzione”. La nascita della scuola come oggi la intendiamo, ovvero come un’istituzione promossa a tal fine direttamente dallo Stato – vuoi attraverso un sistema pubblico, vuoi attraverso un sistema privato o infine misto – trova qui la sua origine. In tal senso Comenio, con la sua idea di istruzione omogenea da impartire a tutti i membri della nazione tramite un sistema strutturato per gradi e articolato a livello comunale, provinciale e regionale, può essere visto – ed è giustamente considerato – come il primo “pedagogista” moderno.  Prima di allora a nessuno era mai venuta in mente una cosa simile, visto che il particolarismo che caratterizzava la società feudale implicava necessariamente il pluralismo del sapere e dei relativi sistemi educativi, sapere che ogni ceto, ogni comunità, ogni famiglia si preoccupavano di veicolare secondo le modalità da essi ritenute più consone. La nascita dell’istruzione nazionale segna altresì il tramonto del sapere tradizionale: la lenta ma inesorabile erosione della “sapienza” antica, fondata su una visione metafisica e religiosa del mondo, a favore della “cultura” moderna, basata sulla scienza positiva, favorisce l’affermarsi di un sapere puramente nozionistico, fondato su un insieme disorganico e asistematico di conoscenze relative alle diverse discipline trattate tutte da un punto di vista profano e secolare. È questo il sapere che il nuovo sistema scolastico promosso dallo Stato nazionale si impegna a diffondere e che ritiene necessario diventi patrimonio di tutti i suoi cittadini: il sapere non è più visto come espressione di una coerente e sistematica visione del mondo che la comunità trasmette a ciascuno dei propri membri per indicargli il suo posto nel mondo e quindi il senso della sua vita, ma come un insieme disarticolato di nozioni e abilità – innanzi tutto leggere, scrivere e far di conto – finalizzate in ultima analisi a creare buoni “sudditi”, ovvero cittadini perfettamente integrati nella macchina dello Stato, in quella “macchina” garante del “benessere” di tutti i suoi membri che il nuovo Stato, lo Stato moderno, aspira a diventare. È l’“istruzione”, l’istituzione scolastica, come ancor oggi, nei suoi fondamenti e finalità di base, la conosciamo: fatta tabula rasa del sapere e delle certezze della tradizione, sapere e certezze che il moderno Stato “laico” e “agnostico” confina nel “privato” per farli infine scomparire sempre più dall’orizzonte dell’esistenza, l’unica cosa a cui la scuola serve è quella appunto di “servire” la macchina, l’apparato dello Stato, preparando e sfornando i suoi futuri “ingranaggi”. E se il mondo nato con il tramonto dell’universo tradizionale assume cartesianamente a suo modello la “macchina”, l’unico sapere ad esso funzionale non può che essere un sapere “tecnico”, un sapere sciolto da ogni fondamento e visione unitaria delle cose, meccanica giustapposizione di nozioni e contenuti tratti dalle più eterogenee e disparate discipline, secondo l’impianto che ancor oggi caratterizza i cosiddetti “programmi” scolastici. Tecnica e meccanica sarà pure, inevitabilmente, la visione dell’apprendimento che fa da presupposto a tale “programmazione”: la mente dell’uomo, a partire dalla concezione di Comenio fino alle più moderne teorie dell’apprendimento, viene vista come un congegno capace, secondo un processo progressivo, di assimilare nozioni via via più complesse, in parallelo con l’avanzamento dell’età, per cui ad ogni fase della crescita deve corrispondere un determinato grado di istruzione, l’uno propedeutico all’altro; chi fallisce nel raggiungimento di un grado torna indietro e ricomincia da capo. Il modello è proprio quello della “macchina”: tutto deve funzionare secondo parametri preordinati e quantitativamente uniformi, ovvero validi universalmente; se il meccanismo si inceppa, si riparte da dove ci si è fermati rimettendo in moto il meccanismo stesso. Ogni visione organica, qualitativa, simbolica dell’apprendimento e della conoscenza è respinta come poco scientifica, soggettiva, arbitraria, ovvero poco funzionale alla macchina che si deve servire. Da potenziale membro di un universo di valori e di significati del quale la comunità si impegnava a renderlo partecipe, a potenziale ingranaggio di una macchina: dalla tradizione orale alla scolarizzazione di massa.

Eppure uno dei fondamenti del mito dell’istruzione moderna sta proprio nella “libertà” che essa garantirebbe ai suoi destinatari, o che tenderebbe quanto meno a promuovere, imperniata com’è su un sapere pluralistico e relativistico che ha fatto piazza pulita di ogni dogmatismo esplicitamente o implicitamente imposto in precedenza dall’autorità di turno. Non è lo sviluppo del pensiero “critico”, la formazione di menti “aperte” e “flessibili”, il fine della scuola e dell’insegnamento da essa impartito? In realtà tale presunta libertà altro non è ed altro non potrebbe essere che la libertà funzionale al sistema stesso, a quella “megamacchina” autoregolantesi che è diventato il mondo in cui viviamo, garante della sua sopravvivenza e della sua riproducibilità, dato che sarebbe alquanto contraddittorio il solo immaginare una società che si metta ad istruire i suoi membri al proprio sovvertimento. In verità le menti critiche, aperte e flessibili sono proprio le menti di cui il sistema tecnico ha bisogno, perché Tecnica significa appunto flessibilità, innovazione, dissacrazione continua di tutto e tutti, tranne… che della Tecnica stessa! Del resto appare davvero arduo poter definire “libero” un sistema educativo basato su un sapere definito dall’alto, ovvero dallo Stato e oggi sempre più dalla rete delle istituzioni globali, e come tale imposto indifferentemente a tutti, calato sulla testa dei suoi utenti a mo’ di pacchetto preconfezionato. Dove sarebbero infatti la libertà di scelta, la libertà di educazione e d’istruzione se i programmi di ciascuna scuola, pubblica o privata che sia, devono gioco forza adeguarsi a parametri fissati appunto dall’apparato istituzionale? Se le discipline di studio sono quelle e non altre? Se è l’Apparato ad aver stabilito che alcune materie sono “obbligatorie” e altre “facoltative” o addirittura neanche previste dagli ordinamenti scolastici? Se la stessa “istruzione”, almeno fino ad una certa età, è oggi divenuta addirittura “obbligatoria” e si tende ad estendere tale “obbligatorietà” sempre più? Che possibilità si offre a chi vorrebbe studiare altre discipline o istruirsi in altro modo se si è obbligati ad usufruire solo di ciò che è stato deciso da altri? Ed è evidente che la Megamacchina ha reso “obbligatorio”, ha reso “pubblico”, offerto alla “collettività” solo ciò che è funzionale alla sua sopravvivenza, confinando nel “facoltativo”, nel “privato”, nella “coscienza individuale” – alla fine da nessuna parte e di fatto mettendo al bando – tutto ciò che non lo è e che ne minerebbe l’esistenza. Così la fisica è “obbligatoria”, la “religione” no, e intere tradizioni culturali vengono a bella posta ignorate dalle nostre scuole dato che se i ragazzi venissero educati a saperi completamente “altri” rispetto a quelli su cui si fonda il mondo attuale per tale mondo essi finirebbero per rappresentare potenziali elementi destabilizzatori. Parlare di “libertà” educativa è dunque una pia illusione, visto che dalla più tenera età l’immaginario dei bambini viene plasmato da modelli culturali ben definiti e stabiliti che influenzeranno e determineranno il loro modo di pensare e di relazionarsi al mondo per tutto il corso della loro vita.

Su questa scia è possibile sfatare facilmente un altro dei miti propri della società moderna, quello secondo cui l’istruzione di massa, garantendo a tutti l’opportunità di sviluppare ed affermare le proprie potenzialità e capacità, creerebbe le migliori condizioni per l’emergere di personalità straordinarie, personalità eccezionali, in poche parole di “geni”, rispetto a ciò che avveniva a tal riguardo in passato, quando l’istruzione era esclusiva di pochi fortunati; e ciò a tutto vantaggio del progresso e del benessere dell’intera umanità. In realtà l’omologazione e la standardizzazione del sapere, il fatto che i nostri ragazzi vengono sommersi fin dall’infanzia da una massa sterminata di nozioni definita e predisposta fin nel minimo dettaglio, determinano la castrazione di ogni spirito originale e creativo e dunque l’impossibilità stessa che si affermino personalità libere ed eccezionali. Paradossalmente, la “genialità” presuppone sempre un certo margine di “ignoranza”, ovvero di non-detto, di indeterminato, mentre nel mondo-macchina, nel mondo della pianificazione totale, dove tutto è già detto e tutto già determinato, nessuna reale possibilità può darsi per l’imprevisto, l’inaspettato, quindi per l’autentica creatività. E’ un dato di fatto che nel mondo odierno i cosiddetti “geni” sono sempre più rari, quasi una specie in via di estinzione, specie che tutti sentiamo come appartenente ad epoche passate e poco compatibile con la nostra, che è l’epoca del livellamento e della mediocrità generalizzata. Ci sembra inconcepibile, eppure gran parte di quelli che la nostra stessa cultura considera i “geni” dell’umanità, geni che impariamo a conoscere proprio sui banchi di scuola – poeti, artisti, condottieri politici e fondatori di religioni, che hanno improntato di sé intere epoche cambiando il corso della storia – a scuola non c’è mai andata! Anch’essi, quindi, secondo i nostri parametri, null’altro che poveri “ignoranti”, se non addirittura veri e propri “analfabeti”; ignoranti le cui gesta però l’attuale società ritiene indispensabile far conoscere ai suoi giovani illudendosi che possano anche loro, grazie a tale insegnamento, spiccare il volo verso le vette della “genialità”, quando ciò, a quanto pare, altro non fa che tarpare loro le ali! Presupposto di una vera libertà educativa, di una reale possibilità di affermazione delle potenzialità e della creatività di ciascuno, sembrerebbe così proprio la marginalizzazione, l’esclusione, il tenersi fuori dal sistema educativo e scolastico imposto a tutti oggi dalla società: come diceva René Guenon, “nelle condizioni attuali dell’educazione e dell’istruzione moderna, si è portati a pensare che proprio gli ignoranti siano quelli che hanno più probabilità di aver conservato intatte le loro possibilità intellettuali”.

Un simile sistema trova il suo fondamento nel paradigma “espertocratico” proprio del sistema tecnico oggi dominante, essendone null’altro che un sottoprodotto. Sono gli “esperti” di turno – in questo caso “pedagogisti”, “educatori”, “didatti” e specialisti affini – a definire e stabilire cosa serve, cosa è utile e indispensabile perché le persone siano “formate”, “istruite”, sottratte alla condizione di “ignoranza”; in pratica quali sono i “bisogni” educativi e culturali dell’uomo e quali risposte vanno date affinché tali bisogni vengano soddisfatti. Viene fissato così il concetto di “diritto all’istruzione”: se c’è un “bisogno”, eo ipso c’è un “diritto”, che lo Stato e i suoi “esperti” devono impegnarsi a tutelare. Come è facile vedere, quello che viene spacciato per un bisogno e quindi per un diritto “naturale”, proprio di ciascun uomo, è in realtà un mero costrutto mentale, definito da soggetti specifici, gli “esperti” appunto, in base alla notoria logica universalista propria della modernità secondo cui ciò che vale per me, ciò di cui sento il bisogno io, è considerato valido per tutti, è un bisogno che provano tutti, anche quelli che, prima dell’elaborazione di tale costrutto da parte degli esperti, in verità tale bisogno non avevano mai manifestato. Infatti, prima della nascita del sistema educativo moderno e della scuola di massa, che gli uomini avessero bisogno di “istruzione”, e fossero titolari del relativo “diritto”, nessuno se ne era accorto…! In questo modo quella che altro non è che un’imposizione frutto dell’elaborazione mentale di una minoranza di “specialisti” viene esibita quale atto volto a tutelare un “diritto” che i destinatari stessi dell’azione educativa rivendicano a loro favore. Del resto è questa la logica sottesa all’intero universo tecnico oggi dominante: pensiamo ad esempio alla medicina, dove è lo stesso sistema sanitario a definire il concetto di “salute” e quindi il relativo bisogno di “cure”, o all’economia, dove il meccanismo consumista genera nei soggetti continui bisogni che il sistema economico stesso si preoccupa poi di soddisfare. In pratica gli “esperti” ci fanno un favore, tutelano i nostri “diritti”, anche quando nessuno lo chiede loro: un diritto è un diritto, no? Va tutelato anche contro la volontà del diretto interessato, visto che si tratta di “verità” universali e razionali che tutti, volenti o nolenti, sono tenuti a riconoscere. Non diceva infatti Robespierre che “si devono rendere gli uomini felici anche contro la loro volontà”? Appare quasi superfluo sottolineare il carattere intollerante e totalitario sotteso ad una simile logica – dietro ogni “esperto” di “bisogni umani” si nasconde sempre un fanatico, il cui fanatismo è reso ancor più pericoloso dalla convinzione di agire per il bene dell’umanità -, logica su cui la modernità ha fondato il suo trionfale cammino di dominio planetario volto a sradicare, con le buone o le cattive, ogni cultura e visione “altra” che non si riconoscessero in simili costrutti. Così nella mente dei nostri ragazzi viene inculcata fin dalla più tenera età la convinzione di avere questo presunto “bisogno”, questo presunto “diritto”, ovvero che senza quella particolare e specifica istruzione che si impartisce nelle nostre scuole sarebbero dei disadattati, dei falliti, quasi degli “snaturati” (non è l’istruzione un diritto “naturale”?…): quindi, o si adeguano, o sberle! E se trattasi di diritti “naturali”, diritti “umani”, propri di ciascun uomo in quanto uomo, ovviamente la nostra istruzione, come la nostra democrazia e il nostro libero mercato, va, sempre con le buone o le cattive, “esportata” in tutto il mondo, per cui schiere di uomini di buona volontà, operatori umanitari e dame di carità sono impegnati negli angoli più remoti del pianeta a strappare i bambini dall’analfabetismo, dall’ignoranza e dalle superstizioni di cui sono vittime nelle loro primitive culture e far scoprire loro il bisogno – a cui non avevano mai stranamente fatto caso – di saper leggere, scrivere e far di conto e imparare la fisica e la chimica, la storia e la geografia, l’educazione fisica e quella civica!   

Il paradosso a cui va poi incontro un modello educativo così caratterizzato è che esso, lungi dall’appagare in modo compiuto il presunto bisogno di istruzione, fa piombare i suoi destinatari in uno stato di bisogno permanente, mai appieno soddisfatto, anche qui in base alla perversa logica, alla particolare “nemesi”, propria dell’universo tecnico per cui gli obiettivi prefissati sembrano inesorabilmente capovolgersi nel loro contrario. Essendo la legge della Tecnica quella del progresso e del miglioramento indefinito, per cui raggiunto un traguardo se ne fissa subito un altro, soddisfatto un bisogno se ne presenta immediatamente un altro, l’individuo viene a ritrovarsi in uno stato di bisogno e quindi di sofferenza perpetui, quando l’obiettivo della civiltà della Tecnica avrebbe dovuto essere proprio quello di assicurare all’uomo quel benessere e quella felicità che nessun’altra civiltà aveva saputo garantire. Anche nel campo della moderna istruzione vige la stessa logica: si parla infatti sempre più di istruzione o formazione “permanenti”, istruzione o formazione che durano tutta la vita, come se non vi fossero traguardi da raggiungere una volta per tutte, come se il sapere non fosse mai dato una volta per sempre, così che l’individuo si ritrova a non poter mai appagare definitivamente questo suo bisogno. E’ la natura “tecnica” di tale sapere che rende di per sé impossibile uscire da una simile logica: essendo un sapere di tipo puramente quantitativo, meccanica giustapposizione di contenuti nozionistici privi di qualsivoglia nesso organico, esso può essere accumulato indefinitamente, al pari di tutti i beni materiali prodotti dell’apparato tecnico, secondo quel “progresso” di cui tanto si fa vanto la civiltà moderna che in altro non si risolve che nella continua produzione di oggetti destinati ad essere poi soppianti da altri in uno sviluppo fine a se stesso e quindi privo di senso. Così, mentre l’uomo delle civiltà tradizionali, senza mai essere andato a scuola, viveva in una situazione di totale appagamento essendo in possesso di un sapere in grado di dare una risposta definitiva ai suoi interrogativi fondamentali, l’uomo moderno dovrebbe andare a scuola tutta la vita per non sapere, alla fine, mai nulla! Insomma, “istruzione permanente” uguale “ignoranza permanente”! Del resto la medicalizzazione dell’esistenza non ha fatto piombare gli individui in uno stato di “malattia” permanente così come il sistema economico consumistico e in genere tutto l’“apparato dei servizi” su cui si regge la società odierna in uno stato di “bisogno” permanente? Ecco “le magnifiche sorti e progressive” della civiltà moderna!

Sottoprodotto, sottoapparato del più generale Apparato tecnico, il sistema scolastico moderno ne riproduce perfettamente la struttura e i relativi meccanismi. Esso si presenta infatti come una “macchina” capillarmente organizzata, dove tutto è razionalmente programmato e pianificato perché funzioni senza intoppi e tutti i soggetti predisposti al suo funzionamento assolvano al meglio il compito che è stato loro assegnato a mo’ di perfetti ingranaggi. L’elefantiaco apparato burocratico, la miriade di norme e regolamenti, la struttura verticistica e piramidale, l’articolazione in gradi e livelli propedeutici l’uno all’altro che ogni utente è chiamato a perseguire secondo un percorso predefinito in ogni minimo dettaglio e in cui non è possibile deviazione alcuna, fanno dell’attuale sistema scolastico l’allegoria stessa della Megamacchina moderna di cui gli operatori scolastici altro non sono che i terminali educativi. Non è un caso che i lager in cui i moderni regimi totalitari hanno usato e usano tutt’ora rinchiudere i propri oppositori sono stati anche denominati “campi” o “scuole di rieducazione”; lager che della società moderna costituiscono, come risaputo, l’esito estremo delle potenzialità insite nei suoi stessi meccanismi costitutivi di fondo. In un simile sistema, gli stessi docenti si riducono ad essere semplici burocrati, impiegati e funzionari di stato come tanti, meri esecutori di volontà altrui. Costretti a trasmettere un sapere in cui non si riconoscono e che non possono sentire come proprio, da altri deciso nei contenuti come nei metodi di insegnamento e di valutazione, si ritrovano a dover pretendere attenzione, interesse e partecipazione dagli allievi quando l’attenzione, l’interesse e la partecipazione verso tale sapere mancano innanzi tutto loro. E’ proprio in classe, è proprio nella realtà del lavoro quotidiano, che i docenti si scontrano così con l’assurdità insita nel modello “espertocratico”: chiamati a recitare, chi in perfetta buona fede, chi suo malgrado, la parte dei tutori del diritto universale all’istruzione, si ritrovano di fronte allievi che del presunto bisogno di apprendere la matematica e la fisica, la storia e la geografia, la letteratura italiana e quella inglese non mostrano in verità alcun segno! “Ma come – è il pietoso copione che si recita ogni giorno in classe – io sono qui a garantire un tuo diritto, e a te non interessa niente?” E allora avanti con le ripetizioni, i corsi di recupero e quelli di sostegno, avanti con gli orientamenti e i riorientamenti: non c’è modo di sfuggire alle maglie della rete nella quale i ragazzi si ritrovano impigliati! E se proprio qualcuno mostra di essere di testa dura, che del suo bisogno e del suo diritto all’istruzione proprio non ne vuol sapere, ecco che fioccano i 3 e i 4, ecco che fioccano i debiti e le bocciature; ecco che, come novelli Robespierre, i docenti cercano di rendere “felici” i loro allievi anche con la forza! Una volta invece, quando ognuno si faceva i fatti propri e di mettersi a rendere felici gli altri non passava per la mente a nessuno, ciascuno poteva trovare la sua strada, la sua realizzazione, dove e come più gli aggradava, anche e soprattutto fuori dalla scuola, senza per questo essere considerato un emarginato, un fallito o un disadattato. Oggi invece, che ci siamo obbligati tutti ad essere “felici”, tutti ad essere “istruiti”, le scuole non sono altro che un luogo di alienati, un luogo di frustrati, docenti e allievi allo stesso modo: gli uni perché costretti a parlare ad uditori in gran parte totalmente disinteressati a ciò che viene detto loro, gli altri perché costretti ad ascoltare cose di cui in realtà non importa loro un accidente! Del resto, chi è causa del suo mal pianga se stesso: abbiamo voluto, ebbri del mito egualitar-progressista secondo cui tutti sono interessati a tutto manco fossimo tutti Leonardo da Vinci (l’uomo nuovo, diceva Marx, sarà un giorno poeta, un giorno ingegnere, un giorno filosofo…), istruire a forza tutti? Ed ecco che i mostri che abbiamo creato – questi sì veri “disadattati” – ci si rivoltano giustamente contro, rivendicando i loro veri “diritti naturali” che, evidentemente, sono ben altri da quelli di voler apprendere la matematica, la fisica e la letteratura allo stesso tempo!      

Di fronte ad un simile scenario, umiliante tanto per i docenti quanto per i discenti, l’unico modo per ridare dignità e senso all’istruzione, al sapere, perché questi tornino a valorizzare e tutelare davvero la libertà e le potenzialità di ciascun individuo, sarebbe quello di ridare la parola ai singoli, agli educandi stessi, perché ognuno possa istruirsi e formarsi come meglio crede e secondo le vie e i mezzi che più ritiene idonei, spezzando le catene a cui l’apparato educativo tecnocratico tiene legati tutti. “Chiudiamo le scuole”, lanciava il suo provocatorio proclama Giovanni Papini già nel 1914; “descolarizzare la società”, si poneva sulla stessa lunghezza d’onda Ivan Illich negli anni Settanta: non è questa la vera soluzione alle contraddizioni e all’ipocrisia che regnano incontrastate nell’attuale sistema d’istruzione? Non è questo il solo programma davvero rivoluzionario destinato a sovvertire alla radice le basi dell’attuale modello di sviluppo di cui tanto e da ogni parte si denunciano i mali? Invece di continuare a discutere e a strapparsi i capelli tra sostenitori della scuola pubblica e supporter di quella privata, tra inveterati statalisti e speranzosi liberisti, tra sinistra e destra, facce della medesima medaglia, la medaglia del pensiero unico e dell’omologazione universale, della tecnocrazia e dell’espertocrazia imperanti, si abbia il coraggio di voltare davvero pagina e di rimettere al centro l’individuo, i suoi desideri, i suoi sogni: che ognuno si scelga gli insegnamenti e si affidi agli insegnanti che meglio rispondono alle sue esigenze, ai suoi progetti, e si faccia piazza pulita una volta per tutte dei programmi ministeriali, dei docenti statali e delle scuole obbligatorie! Il vecchio “precettore” di una volta, ovvero l’insegnante “libero professionista” scelto direttamente dall’allievo, dalla sua famiglia, rappresentava esso sì una reale garanzia di libertà e di pluralismo educativo: a seconda degli interessi del diretto interessato, veniva chiamato questo o quel docente, il maestro di questa o quella disciplina, senza che nessuno fosse obbligato a studiarsi tutto il coacervo di materie che la scuola pubblica oggi riversa addosso ai ragazzi senza chiedere loro se queste interessano veramente o meno. Essendo scelto dagli stessi allievi, l’insegnante era così una persona di fiducia che aveva assicurata la loro stima e la loro gratitudine, che non doveva certo affaticarsi e disperarsi per ottenere, con le buone o le cattive, l’intereresse e l’attenzione del suo uditorio, istaurando con esso un rapporto anche umano e personale anziché meramente professionale e burocratico come nell’attuale scuola di massa, a tutto vantaggio di quello che oggi, con orrido linguaggio mutuato dal mondo economico, viene chiamato il “successo formativo”. Si apprende meglio attraverso uno scambio personale e diretto con la persona che gode della nostra fiducia e della nostra stima o stipati in una stanza in trenta persone, messe insieme alla meno peggio e senza criterio alcuno se non quello del “numero”, ad ascoltare un emerito estraneo di cui nulla si sa e nulla si conosce? Nella scuola odierna anche l’insegnamento, come ogni cosa del resto nel mondo del dominio tecnico, è diventato una mera “tecnica”, ovvero un insieme di strategie e metodologie definite e fissate dai soliti “esperti” del caso e che gli insegnanti devono imparare come si impara una qualsiasi altra abilità e poi mettere in pratica nell’esercizio quotidiano della loro professione. L’insegnamento si è così completamente spersonalizzato, trasformandosi in una prassi puramente burocratica e artificiosa, tanto che, vedi ad esempio nelle università, spesso le lezioni sono oggi sostituite da trasmissioni on-line o in video-conferenza, e i docenti in carne ed ossa addirittura rimpiazzati da docenti virtuali! I vecchi maestri, invece, i vecchi precettori dei tempi andati, non avevano bisogno di apprendere metodologie didattiche, tecniche docimologiche e astruserie simili, essendo la positiva e gratificante relazione personale che inevitabilmente si veniva a stabilire con l’allievo garanzia suprema dell’esito favorevole della loro opera formativa. Del resto l’insegnamento è stato sempre così inteso, e il legame che tra docente e discente doveva instaurarsi è stato sempre visto come il cardine di esso: nel mondo classico le scuole erano innanzi tutto sodalizi umani e spirituali tra maestri e discepoli; nel Medioevo le università “corporazioni”, ovvero libere associazioni, tra docenti e studenti; ancora Giovanni Gentile metteva al centro della sua riforma scolastica la relazione tra docente e discente, considerando la pedagogia, la didattica e tutte le altre discipline specialistiche affini null’altro che pseudo-scienze chiamate a sopperire, quali artefatti surrogati, la mancanza di autentici rapporti umani. Non è un caso che tali “pseudo-scienze” fioriscano e imperversino soprattutto oggi, oggi che tutti i rapporti umani, financo quelli familiari e più intimi, sono scaduti a meri rapporti “tecnici”, mediati come sono dalle tecniche messe a punto dai relativi esperti (psicologi, sessuologi, esperti vari delle cosiddette “dinamiche relazionali”).

E così, invece di favorire il ritorno a forme privatistiche, associazionistiche, di istruzione, tra gli addetti ai lavori non si fa altro che parlare di rafforzare ancor più la dimensione burocraticistica dell’attuale sistema, e più ci si schiera per l’estensione dell’obbligatorietà degli studi, per l’omologazione dei programmi, per la standardizzazione dei criteri di valutazione, e più ci si crede “moderni”, all’avanguardia, più si è convinti di rendere un servizio alle giovani generazioni e ai loro educatori, quando invece è sempre e solo l’Apparato che si serve, Apparato di cui quei giovani e quegli educatori altro non si vuole che diventino che semplici ingranaggi. Se si avessero davvero a cuore le sorti della libertà, del pluralismo e della diversità culturale, invece di industriarsi e spendere tutte le risorse di cui si dispone solo per oliare e rendere sempre più “efficace” la Megamacchina, si dovrebbe far sì che tutti i cittadini siano messi nelle condizioni di decidere autonomamente circa gli strumenti e i modi di istruirsi e acculturarsi, offrendo a ciascuno i mezzi necessari affinché possa scegliersi gli insegnanti e gli insegnamenti che più rispondono alle proprie esigenze. Perché invece di perdersi ancora in sterili e obsolete discussioni se finanziare le scuole pubbliche o quelle private non si fa in modo che le istituzioni si preoccupino di finanziare direttamente le famiglie perché ciascuna possa assumere il “precettore” che preferisce? Ma per quale motivo dei genitori devono essere obbligati a far istruire il proprio figlio da insegnanti e attraverso insegnamenti scelti e selezionati da altri? Se permettete, mio figlio lo faccio istruire da chi e come voglio io! Così, assicuratisi tali finanziamenti, ognuno potrebbe liberamente decidere come utilizzarli: se pagarsi un insegnante, se costituire un sodalizio educativo con altre persone, se frequentare questo o quel corso di formazione, se comprare questi o questi altri libri e strumenti di acculturazione vari; tutto a seconda dei suoi reali ed autentici interessi. Se poi uno vuole restare “analfabeta”, affari suoi: tanto di risparmiato per l’erario pubblico! E invece no: esperti, specialisti e tecnocrati vari, umanitari e benefattori di destra e di sinistra, laici e cattolici, tutti d’amore e d’accordo nel rivendicare ancor più istruzione, ancor più scolarizzazione, ancor più educazione! Che nessuno sia “emarginato”, che nessuno resti “escluso”, che nessuno resti “indietro”: guai a chi vuol fare di testa propria, guai a chi si mette a fare l’originale, guai a chi si permette di rifiutare tutto il bene che gentilmente e a piene mani lor signori ci elargiscono! È chiaro che se ognuno si mettesse a fare davvero di testa propria, a disertare la scuola e ad istruirsi a modo suo senza dar conto a nessuno se non a se stesso, tutti questi esperti e scienziati così gelosi della loro sapienza, tutti questi profeti e santi protettori dell’umanità così convinti della loro sacra missione chiuderebbero bottega e la Megamacchina di cui sono solo prezzolati e spesso inconsapevoli servi inizierebbe ad avere qualche serio problema di funzionamento…!

Il grande epistemologo e grande libertario Paul K. Feyerabend, ricordando in Addio alla ragione la sua variegata esperienza di insegnamento nelle università di mezzo mondo, racconta il senso di spaesamento, di inadeguatezza che sovente lo prendeva di fronte a quelle platee di giovani, spesso di umili condizioni, che accorrevano ad ascoltarlo frementi e curiosi di poter assistere alle lezioni di un così illustre docente: certo, “essi volevano sapere, erano pronti ad imparare, volevano capire lo strano mondo che li circondava – ricorda Feyerabend; “quale opportunità per un profeta alla ricerca di un seguito! Quale possibilità […] per contribuire alla diffusione della ragione e al miglioramento dell’umanità!” Ma, continua Feyerabend, “chi ero io per spiegare a questi uomini che cosa e come dovevano pensare? Non avevo alcuna idea dei loro problemi, pur sapendo che ne avevano molti. Non conoscevo i loro interessi, i loro sentimenti, i loro timori, le loro speranze, pur sapendo che volevano imparare”. Feyerabend sentiva comunque di avere “una certa responsabilità nei confronti di queste persone”, pur non volendo “abusare della loro fiducia”. Così, alla fine, ricorda ancora Feyerabend, “raccontavo loro delle storie e cercavo di rafforzare il loro naturale spirito di opposizione, perché questa, pensavo, sarebbe stata la migliore difesa contro i cantastorie ideologici che avrebbero incontrato sulla loro strada”; perché “la migliore istruzione consiste nell’immunizzare le persone contro i tentativi sistematici di fornire loro un’istruzione”.

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